domenica 3 aprile 2016

Il tunnel



La lunga galleria che si era accinto a percorrere integralmente, spinto da quella curiosità che solo gli uomini di intelletto brillante riescono a sviluppare, lo stava portando sempre più nel profondo di una tenebra densa e asfissiante.
Vista la situazione, si era messo a tastare malamente il terreno con il suo bastone da passeggio che, saldo, impugnava come un corrimano verso la salvezza e, alla stregua di un cieco, picchiettava a destra e a manca con la punta del legno per assicurarsi di non inciampare in qualche imprevisto ostacolo. Imperturbabile nel suo proposito di attraversare completamente il ventre della montagna, continuava e continuava ad avanzare, mettendo in conto, ad ogni passo, di poter finire in un brutto guaio. Ma Pasquale Dominici era fatto così. Era uno di quei personaggi risoluti e perseveranti nella loro scoperta della verità; arguto e determinato, non si lasciava scappare occasione per apprendere e approfondire argomenti sempre nuovi. I suoi occhi svelti correvano veloci su tutto quanto gli si presentava attorno e pungenti, riuscivano a cogliere anche le sfumature più tenui e i particolari più nascosti.
Era arrivato all'età di ventotto anni percorrendo tutte le strade che ben si convengono ad un giovane di buona famiglia: il padre, commerciante di tessuti e famoso sarto, lo aveva indirizzato alle scuole migliori e, fin da piccolo, lo aveva stimolato verso attività per le quali, la brillante mente del figliolo, aveva sempre trovato gioia e nuovi spunti di crescita e maturazione.
Ora, per essere un uomo fatto e finito, gli mancava solamente una brava moglie. A dire il vero già c'era la signorina Adelaide Giuffredi, figlia unica del medico condotto di Castelbarco, che invero era l'unica persona al mondo che riusciva a distrarlo dai suoi continui ragionamenti di scienza e filosofia. Era anche vero che, il Dominici, avrebbe dovuto prontamente prendere la sua decisione poiché l'eta avanzava non solo per lui ma anche per la signorina Giuffredi che, per dirla tutta, era già da un pezzo in età da marito ma, a quanto pareva, nessun pretendente si era finora dimostrato all'altezza di tanta bellezza e, dicono, di tanto cervello.
Ma in quel momento Pasquale Dominici aveva in mente una cosa soltanto: arrivare in fondo a questa buia galleria. Si era accorto del buco nella montagna durante una delle sue passeggiate pomeridiane, in quel lasso di tempo nel quale, di solito, i galantuomini se ne stanno a poltrire in salotto con un sigaro in mano oppure nelle sale di lettura; appena dopo il pranzo di mezzogiorno. Egli preferiva, però, approfittare di questo sistematico intervallo nella giornata per passeggiare nel boschetto che fungeva da confino tra il comune di Castelbarco e quello di Ripalta. Ed era proprio alla base del promontorio che costeggia il bosco che aveva scorto quella che, in principio, gli era sembrata una semplice grotta.
Buttandosi con veemenza nella avventurosa ed estemporanea  spedizione, non aveva saputo frenarsi quando il buio era diventato tanto pressante. La cosa migliore sarebbe stata di tornare sui suoi passi e attrezzarsi con una lampada ad olio, alla stregua di un minatore, e di proseguire con tutte le cautele che una situazione tanto pericolosa richiedeva. Invece no: ben consapevole che la profonda grotta poteva ospitare ben più di un animale pericoloso egli, imperterrito, continuava nel suo intento.
Mentre, cercando di concentrare maggiormente tutti gli altri sensi, vista l'inutilità momentanea della vista, si rese conto che la superficie rocciosa della galleria si era fatta uniforme e liscia. le sue scarpe di cuoio marrone facevano risuonare sul fondo i tacchi che, ad ogni passo, avevano cominciato a lanciare echi contro le pareti. Esse stesse, al tatto, ora si dimostravano lavorate e lisciate al pari dell'intonaco coperto di carta da parati del suo studiolo. La cosa si faceva sempre più interessante e mille pensieri pervadevano la mente del Dominici che, tra le altre, non aveva affatto scartato l'ipotesi di una su temporanea perdita di senno.
Mentre questo pensiero stava per mutare in reale convinzione nella testa del giovane, una piccola luce cominciò a farsi strada nel buio come una lama calda nel burro dandogli nuovo e rinnovato vigore nella sua missione esplorativa. Man mano che la spada di luce si ampliava il Dominici si rendeva conto di trovarsi in un ambiente ben diverso si quello che era stato l'ingresso della galleria: ora questa si dimostrava ampia e perfettamente modellata a semicerchio, come se la mano stessa di Giotto la avesse disegnata. Allo stesso modo il pavimento era diritto e, sopratutto, liscio come solo le acque di uno stagno potrebbero essere. Si accorse che il fondo non era più di pietra, come all'ingresso, bensì di nera pece compatta e puzzolente. Quale scientifico espediente era stato applicato a quest'olio per renderlo robusto come la roccia? Più crescevano gli interrogativi e più cresceva l'eccitazione: il Dominici si ritrovò a correre verso l'uscita trattenendo la paglietta sul capo e il bastone sotto l'ascella.
Giunto all'esterno gli parve che il mondo si fosse trasformato: non vi era fango a terra e nemmeno sassi, il percorso che usciva dalla montagna era liscio e compatto come già aveva avuto modo di constatare e, continuo e sinuoso, si infilava lungo una verde valle incrociando altri nastri neri che si indirizzavano in ogni direzione. Il bosco, fitto e spinoso all'entrata della galleria, era ora aperto come in un grande parco e l'erba al suolo era tutta della stessa lunghezza di pochi centimetri come se la marrone terra fosse coperta da un verde tappeto di lana invece che da vegetazione. Tutto gli appariva pulito, misurato e organizzato. Gli alberi stessi del parco erano tutti della stessa età e altezza dando allo sguardo una continuità di visuale sul panorama estremamente armonica.
Più incuriosito che spaventato cominciò a discendere la strada badando a non uscirne per non calpestare quell'erba che esercitava, su di lui, uno strano timore reverenziale. Sul fondo del nastro nero intravedeva un paese che, già da quella distanza, gli era sembrato più il lavoro di un abile artigiano che un vero e proprio abitato, soprattutto per la mancanza della nera fuliggine oltre i numerosi comignoli e per i bei colori brillanti dei caseggiati che ne dimostrava certamente la natura più di un opera d'arte che di un vero centro abitato e consumato dalle quotidiane attività umane.
Una strana sensazione lo pervadeva ed eccitava: era convinto di stare per fare nuove e meravigliose scoperte e il suo spirito di curioso scienziato era in fibrillazione.
...continua?...







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